venerdì 28 marzo 2014

Sentirsi stupide

Non si lasci ingannare, il lettore, pensando ai classici casi in cui le supermamme si sentono stupide. Non si tratterà qui infatti né di quando queste sentono di aver sprecato il loro tempo per qualcosa che le ha poi deluse; né di quando organizzano a puntino la giornata e una puzzosetta adolescente rovina tutto con le sue grida, i suoi sberleffi e loro non sanno se reagire e come; né di quando acquistano qualcosa prese dall'euforia della primavera, dall'aria chic del capo, dalle moine insistenti e maliarde della commessa e poi a casa si pentono immediatamente dell'oggetto.
No, non si parlerà di questi casi né dei molteplici altri in cui questo sentimento le pervade.
Ma piuttosto di quando entrano nel negozio di elettronica. Sì, perché è d'obbligo precisare che loro non si sentono affatto digital divided, che la loro conoscenza in materia è di gran lunga superiore alla media delle loro coetanee, che in ogni caso si sentono aperte ad imparare, si lasciano incuriosire da questa o quest'altra diavoleria ritenendosi anche abbastanza rapide nell'apprendere.
Eppure...
Eppure già entrando l'età media dei commessi è una prima cosa su cui evitano di riflettere, e nonostante ciò si rivolgono a loro con quella strana deferenza che immediatamente fa trasudare senso di inferiorità.
Poi quando questi, dall'alto della loro acne non ancora assorbita, si rivolgono distrattamente con un "prego signora" che fa più che intuire il divario generazionale, il sudorino dell'inadeguatezza le pervade e capiscono che non c'è più scampo. Ogni presunta o reale dimestichezza con la tecnologia parrà a questo punto se non altro ridicola.
E quando in aggiunta a ciò devono farsi spiegare le sigle GFR RWC P6WQ snocciolate con rapidissima nonchalance dai ragazzetti, la frittata è fatta e il loro fingere tranquillità, compiacimento o entusiasmo ormai è inutile.
Ma quando infine sentono una voce provenire dal corpo di un bel ragazzone con il cartellino del negozio sul petto che le apostrofa con un "Salve prof, si ricorda di me? Lavoro qui ora...", tutti i loro pensieri si sciolgono, la loro età sembra un ostacolo ormai insormontabile, mostrano tutta la loro contentezza per il lavoro all'ex alunno e si stupiscono interiormente di come abbia fatto uno dei più simpatici, ma meno dotati della classe ad avere forse per primo trovato lavoro.
Ma, soprattutto, non potranno fare a meno di sentirsi stupide.

martedì 18 marzo 2014

Dall'altra parte della strada

Nella vita capita anche così, che una sera siano a ridere e a godersi una serata tra amici da tempo desiderata e rimandata e che pochi giorni dopo si ritrovino sul marciapiede opposto a piangere una loro coetanea strappata alla vita troppo presto, come si è soliti dire.
Due marciapiedi opposti: quello delle ultime chiacchiere dopo la pizza in cerca di spensieratezza, di leggerezza e di amicizia; e l’altro, posto per caso proprio di fronte, in cui piombano nella compassione più densa e profonda per la disperazione di un amico e dei suoi figli; in cui si interrogano sul non-senso e sull’ingiustizia di queste cose; in cui cercano una speranza a cui volgere gli occhi; in cui si ritrovano a chiedere che a loro non capiti mai; in cui si sentono ciniche a non piangere, giustificate a piangere, incredule se riescono a schermarsi davanti a tanto strazio, deboli se la tensione calerà e sentiranno tutto il dolore assorbito, egoiste quando capiscono che quel dolore è anche la loro paura, perché toccare con mano la propria fragilità di uomini fa paura.
In mezzo, quella  strada, che fa intuire loro le cifre misteriose della vita, che si vorrebbe scrutare e percorrere dolcemente e che a volte invece stritola.
Quella vita in cui nulla  è scontato, né semplice, né banale, che ciascuno interpreta a modo suo, ma che andrebbe intensamente e profondamente vissuta spremendone tutte le gocce proprio mentre si è dalla parte del marciapiede in cui è ancora possibile ridere, amarsi, provarci, esserci.

domenica 9 marzo 2014

Tra le nuvole

Le supermamme un po' paranoiche che non si sa perché devono controllare tutto fino all'ultimo, hanno paura di volare. O, meglio, come disse qualcuno, paura di cadere.
Tralasciando tutte le considerazioni legate al fatto che volare è comunque è innaturale, che un'alta percentuale di persone finge sicurezza, ma in realtà teme il volo, che esistono corsi per superare questa paura, che bisognerebbe capire da dove deriva questo timore ecc. ecc. ecc...
E tralasciando pure il fatto che alla minima minima turbolenza (non sia mai poi che dicano di allacciare le cinture per sicurezza a metà percorso!) si avverta un improvviso ancestrale movimento di pancia difficilmente placabile anche dai più razionali e pragmatici ragionamenti (le hostess stanno sorridendo; è normale trovare dell'aria in aria; nessuno è preoccupato; l'aereo è fermo su una massa d'aria che gli fa da strada...).
Tralasciando tutto ciò, capita che le supermamme cambino il loro atteggiamento.
Non si sa perché: forse sarà l'età più matura, il fatto che tutta la famiglia sia con loro (" al massimo cadremo tutti assieme!... e i nonni poverini?") o semplicemente l'aver interiorizzato che l'avere paura non cambia la realtà e quindi tanto vale non averla.
Però una volta tanto possono essere contente: di non aver perso il sonno nei giorni prima, di non essersi godute la vacanza come farebbe un condannato al patibolo nei suoi ultimi giorni, di avere addirittura desiderato salire a bordo per arrivare a destinazione.
E, soprattutto, contente di avere guardato fuori dal finestrino con curiosità e meraviglia, non solamente per controllare lo stato dell'oscillazione delle ali o la rotazione velocissima del motore.
Certo davanti a quei dolci sussulti improvvisi capaci solo di cullare i bambini a bordo, si risvegliava ancora quell'improvvisa voglia di essere con i piedi a terra e non sentire quel ronzio di fondo, quell'aria rarefatta, e non vedere quelle immagini stampate davanti al naso con scivoli improvvisati o mascherine dall'alto per l'ossigeno. Ma solo a brevi tratti.
Per il resto era gratitudine, per essere lassù, grazie ai prodigi della tecnica, con le persone che più amano, con la possibilità di scoprire luoghi nuovi; per osservare, prima le nuvole multiformi con i loro strati e tutte le metafore che potevano suggerire, poi, quel cielo azzurro e quel sole che a volte dalla terra non credono sia davvero sempre lì su loro; e infine, quando a stracci le nuvole si diradavano, quel mondo a poche migliaia di metri lì sotto. Le montagne innevate perfette e sole, le valli e la pianura, il mondo dell'uomo. Quell'uomo che ha sistemato e reso più vivibile il mondo; che a vederlo e a pensarlo da lassù sembra non essere così male. Di cui non vorrebbero vedere l'altra faccia della medaglia, dei veleni, degli inganni, della sopprafazione e della violenza.
Da lassù pensano all'uomo da un altro punto di vista, e non è poi così male.