lunedì 29 dicembre 2014

In ripresa

Lungi dal voler fare riflessioni economiche sull'uscita del mondo dalla crisi, come in tanti continuamente fanno, le supermamme invece pensano che l'essere "in ripresa" sia la condizione che si augurano pensando al nuovo anno.
Certamente tutte avranno provato quella sensazione elettrizzante e rinvigorente capace di far sentire che le cose possono andare per il verso giusto, ed è proprio quella che desiderano sentire dentro di sè.
Come la prima volta che si riesce a fare una gita fuori porta dopo che sono nati i pargoletti, e si vede che non solo è possibile, ma pure divertente scoprire le cose anche attraverso i loro tempi e i loro occhi.
O come quando si cambia lavoro, e a prevalere sul disorientamento e i timori intervengono l'entusiasmo e la voglia di novità.
O come quando ci si riprende lentamente da una lunga convalescenza, e ci si fa la doccia, e i capelli tornano lisci e profumati.
O dopo un intervento chirurgico in cui giorno dopo giorno si fanno progressi, ci si riappriopria del proprio corpo e si riassapora la normalità di gesti come andare in bicicletta, guidare, andare al mercato e portare le sporte fin dentro casa.
O come appena sposate quando quasi sembrava un gioco quel prendersi cura reciproco e della casa e dei propri sogni.
Oppure la sensazione di quando si cerca una nuova casa, e la si trova, e la si pensa nei dettagli e nonostante lo sfinimento del trasloco, si desidera mettere a posto le cose e rendere proprie quelle mura appena imbiancate.
O del primo giorno di un viaggio, in cui la stanchezza del lavoro appena lasciato pesa ancora, ma rafforza il senso di libertà di partire per strade nuove, o vecchie, o magari anche sbagliate, ma con la gioia di scoprire, di cambiare aria e pensieri, di guardare con un pizzico di spensieratezza l'esistenza.
Ecco, così vorrebbero fosse il loro nuovo anno, lontano dalle paludi della rassegnazione, dell'accidia, dell'ipocrisia e del malumore. In molti cercheranno di convincerle che non vale la pena darsi da fare, ma la voglia di sentirsi così "in ripresa" è già un punto di partenza.

domenica 14 dicembre 2014

A dura prova

Quando i pargoletti hanno pochi mesi di vita, o l’anno raggiunto a malapena, e quando magari i pargoletti sono due o più e vicini, da accudire in ogni cosa ovvero soffiare nasi, pulire culetti, imboccare pappe, rimboccare coperte, dissetare gole, ninnare corpicini, misurare temperature, … pensano che non ce la faranno mai. Non sempre, ma in certe giornate si sentono davvero immerse, impantanate, invischiate in un qui ed ora destinato a diventare eterno, senza soluzione di continuità, senza che ci sia più spazio alcuno per loro stesse.
Poi l’evoluzione va da sé  e, a mano a mano che il tempo passa, quelle fatiche immani si allentano, si attenuano, si modificano. La fatica da fisica diviene psicologica. Da muscolare a cerebrale, fitta di domande, interrogativi, spiegazioni, compromessi, autonomie e ritorni alla gonnella della mamma. Codine, treccine, capelli sciolti, capelli corti, capelli arricciati, capelli con strani artifici: come le capigliature delle bambine anche quelle vite si modificano e si assestano in pieghe e acconciature diverse e, dietro, le supermamme a lisciare, pettinare, districare, legare e fermare ogni giorno.
Poi l’alluvione, il pantano, e la furia degli eventi arrivano di nuovo a travolgerle in quel periodo più o meno breve, più o meno intenso, più o meno problematico che nei trattati viene definito “ADOLESCENZA”. La simbiosi mamma-neonato, proprio ora che il figlio si stacca dalla mamma e fa tentativi per diventare autonomo e a sé, si trasforma in simbiosi tra le emozioni violente dei figli e la vita delle supermamme, potentemente e inaspettatamente investite da quelle. Chi si sente solo, chi brutto, chi reagisce con la chiusura, chi con la ribellione, chi sta ore sui libri come novello Leopardi, chi elimina libri e parole scritte dalla propria vita, chi si acconcia davanti allo specchio bloccando l'accesso al bagno, chi si trasforma in orso della caverna  con tutti i suoi umori addosso… Tipologie diversissime di adolescenti, con le supermamme  ugualmente impreparate a ciascuna di esse.  Perché magari quella disordinata avrà il figlio con i cassetti ordinati maniacalmente per colore e forma e guai a toccarglieli; e quella ordinata invece vedrà cumuli di oggetti, vestiti, scarpe ed elastici per capelli che neanche lo spazzaneve riesce a smuovere dalle stanze. O calme con figli urlatori; urlatrici con figli atarassici e zen. Senza contare poi che chi ha più figli incontra anche  diverse tipologie, rigorosamente diversissime una dall’altra. E tutte rigorosamente senza libretto di istruzioni!
Davvero le supermamme a volte sono messe a dura prova e rischiano di invischiarsi troppo nelle malefatte delle loro creature, dal pianto notturno e bavoso per i dentini che crescono a quello silenzioso e abbattuto per un votaccio che sembra immeritato.
La soluzione è prendere le distanze? Le supermamme accettano consigli!

venerdì 7 novembre 2014

Foto

Le foto sono tremende. Hanno un potere enorme: fissano attimi e te li sbattono inaspettatamente in faccia investendoti di ondate di nostalgia o commozione o di senso-del-tempo-che-passa (e troppo in fretta).
Qualcuno è puntualmente ritratto mentre mangia, con la bocca piena e storta, qualcun altro in pose poco credibili, qualcun altro fa invidia a tutti per la sua fotogenicità, ad altri ancora viene messo in evidenza il nasone o il ciuffo storto, o le occhiaie troppo marcate. Spesso non ci si piace e quello che voleva essere un bel ricordo diviene spesso occasione per rimbrotti o risate collettive.
Nelle case di tutte le supermamme girano foto di ogni tipo: chi le classifica ordinandole cronologicamente commentando ogni immagine; chi le tiene alla rinfusa in scatole da scarpe, con finta noncuranza; chi le conserva ancora nei vecchi portafoto anni Settanta dai colori arancione o verde sgargiante; chi le digitalizza, le stampa, le ingrandisce, le regala, le riproduce periodicamente per donarle a nonne e zie lontane.
E se è vero che oggi la foto è abusata in un'infinita possibilità di selfie, scatti multipli, postati su facebook, istagram o altre diavolerie, è ancor più vero che "le foto" sono intramontabili. Quelle fatte in "quel" momento, che si voleva ricordare appositamente, o che si ricorderà per tutta la vita comunque, sono parte della loro storia.
Le supermamme lamentano un fenomeno singolare: durante la gravidanza le loro pance, vestite o nude, erano oggetto di scatti continui, lasciando sullo sfondo verdi vallate, paesaggi azzurri, cattedrali o gruppi di amici. Dalla nascita del piccolo è già tanto se il mento della puerpera che tiene in braccio il bambino viene immortalato. E in ogni caso con la scusa di fotografare gli sviluppi del nuovo arrivato, si trascura con facilità tutto il contorno: improbabili vestiti "da casa", stenditoi e termosifoni a fare da sfondo, piastrelle demodè inguardabili. Al momento dello sviluppo (una volta) o dello scaricamento foto (ora) emergono quegli obbrobri e la mamma risulta sempre più defilata. E smunta.
Tant'è che spesso la suddetta si arma di macchina fotografica e diviene la fotografa ufficiale; non comparirà mai più nelle foto - o quasi.
Quel che è certo è che quegli scatti non mancheranno di emozionare: sorrisi da latte, codine all'insù, voli sull'altalena, abbracci con nonni ora volati in cielo, emozione dentro una tutina argentata al primo saggio, pianti davanti a due candeline, dentini caduti, braccio ingessato, vestiti da cerimonia, abbracci con i compagni e le maestre, sotto ombrelli davanti alla stessa fontana del viaggio di nozze, scendendo dall'ottovolante con il terrore sul viso, alla prima uscita da soli, con la corona d'alloro, sull'auto con i palloncini... Ogni foto è un pezzettino di vita, un segno, a volte un passaggio tra un prima e un dopo. A volte è difficile guardarle: evidenziano impietosamente come si era, ritraggono malinconicamente chi non c'è più e lì sorrideva, mostrano felicità inconsapevoli e presto interrotte;  altre volte sembra addirittura non ci sia motivo per farne di nuove... Ma fortunatamente i momenti passano e con al collo, o nel taschino, la loro macchina le supermamme riprendono a fare "clic" per dire che ci sono e ci vogliono essere, insieme a tutto quello che amano e vogliono conservare nel cuore, su carta lucida o in un file!

venerdì 17 ottobre 2014

Quindici?!

Primi termosifoni accesi e vago profumo di mandarino tra le mani. Tanto sonno profondo e tante orecchie tese a scoprire e decifrare nuovi suoni, bisbigli, gorgheggi. Un senso di gioia esplosiva misto a quello di inadeguatezza che non le avrebbe lasciate più. Così ricordano questa stagione autunnale che ha dato alla luce la loro melina tonda e liscia con due occhi di castagne grosse, lucide dischiuse sul mondo.

lunedì 6 ottobre 2014

Adorabili creature

Non c'è dubbio che tutte le supermamme si emozionino vedendo che i loro pargoletti, o quelli delle loro amiche o sorelle o cugine, iniziano la scuola elementare  primaria. Ma perchè?
Mille sono le motivazioni che spingono a guardare con infinita tenerezza quelle adorabili creature:
- quella tappa segna la fine di una fase e l'inizio di un'altra;
- quelle fasi sono molto diverse tra loro: la prima fatta di spensieratezza e tempi lunghi; la seconda fatta di meno leggerezza e tempi più stretti;
- quel "grembiulino" sopra gambette agili e svelte non se lo toglieranno fino a quando saranno uomini e donne con gambe forti e pronte ad andare lontane, a camminare per strade forse molto diverse dalle loro;
- quel sorriso sdentato da bambini di prima diventerà sempre meno ingenuo e perfetto e si trasformerà, prima in dentoni enormi e bocche sgangherate, poi in apparecchio d'ordinanza, ed infine in una bocca nuova che si augurano possa essere sempre riempita da un sorriso sincero;
- la scuola, con tutti i difetti che può avere, insegnerà loro molto, li renderà pieni di capacità e cultura, metterà in movimento i loro perfetti cervellini a cui già non scappa niente e loro ne intuiscono la bellezza assieme alla responsabilità;
-   si augurano infatti che quella scuola protegga, aiuti, formi e sviluppi i talenti presenti in ciascuno di quegli scatenati e perlopiù gioiosi ranocchi;
- amano seguire i primi passi fatti di cornicette e lettere sempre più precise, anche se sul dopopranzo cala sempre un bell'abbiocco;
- si ricordano dei loro primi giorni a scuola come fosse ora, e dei loro pensieri, della voglia di imparare, socializzare e delle paure più banali;
- ricordano il bambinetto figlio dell'amica che veniva fotografato il primo giorno di scuola con grembiule bianco davanti al portoncino e non sembra vero vederlo ora con la barba, l'auto e i  pensieri cambiati.
Così quando scorgono uno di quelle creature muoversi per le strade della città, con quegli zaini colorati e ingombranti sulle spalle, non riescono a fare a meno di pensare a tutto questo e a molto di più, alle evoluzioni e involuzioni dell'umanità, ai progressi e a chi ancora non può imparare nulla, alle scuole bombardate in qualche parte del mondo, alla gioia che dovrebbe essere imparare. E a come per un attimo vorrebbero risentire l'odore della gomma al profumo di uva fragola che non fanno più.

sabato 4 ottobre 2014

Pessimismo cosmico

Sgrunt! ...le supermamme si ritrovano improvvisamente in un turbinio di pessimismo cosmico, che non è il loro, ma dei loro figli adolescenti, o preadolescenti, o postadolescenti, o treenni, seienni, quarantenni che vivono la fase corrispondente a quella adolescenziale.
Quel pessimismo diventa il loro! O perlomeno quel turbinio (di scatole) le pervade intimamente.
Hanno un bel dire gli psicologi e gli psicoterapeuti... Quando ci si è in mezzo non c'è soluzione che tenga. O perlomeno loro  non ne vedono i frutti subito; le supermamme sperano che i semi gettati con saggezza si mostrino più in là, nell'età della ragione.
"Perché prendersela? Il problema è dei vostri figli" - sempre i suddetti esperti in psiche ed educazione.
Ma come riuscire ad ignorare che le magliette stirate e piegate con amore diventano una pallottola informe laggiù nell'armadio in un nanosecondo? Come riuscire a respirare calme quando "quelli" si infuriano contro l'universo mondo con musi lunghi e scuri e nessuna parola riesce a tranquillizzarli? Come non reagire se il loro figlio, carne della loro carne, che fino a poco fa le seguiva docile prendendole per mano, oggi dice che sono delle tiranne e che non rivolgerà mai più loro la parola?
Non sarà facile neppure riuscire a ricomporsi interiormente dopo un uragano di parole, gesti e fatti che hanno compromesso la loro integrità e solidità psicologica! E neppure fare finta di non vedere che sopra il tavolo ci sono ataviche montagne di trucioli di gomma cancellata e sotto il tavolo una decina di fazzoletti di carta usati ed appallottolati. Né vedere che non riescono a staccarsi dalla tv/videogiochi/cellulare/cuffiemusica  e che ("non si deve", ecco la vocina interiore della psiche razionale) solo con qualche minaccia per un po' se ne allontaneranno.
Ma la cosa che infine le farà imbestialire sarà quella vocina dolce e riparatrice che chiederà scusa, quello sguardo tornato momentaneamente dolce e consenziente, quella frase bisognosa di aiuto nei compiti o per un passaggio ad un compleanno. Loro saranno sempre lì a disposizione, come è giusto che sia, ma come vorrebbero un mondo idilliaco fatto di figli sorridenti e dolci che le accolgono al rientro a casa... come aveva ragione Nora Ephron quando consigliava ai genitori di figli adolescenti di prendere un cane: "almeno ci sarà qualcuno che vi accoglierà facendovi le feste quando rientrerete a casa"!

venerdì 22 agosto 2014

Proporzioni

Se chiedono al marito di comprare i vasetti per la conserva dopo avergliene mostrato uno da modello, e si ritrovano con una decina di vasetti della misura doppia.
Se mentre preparano una zuppa di zucchine con ortaggi un po' malconci avanzati da giorni in frigo si sentono dire: "si vede proprio che sono speciali le zucchine raccolte oggi, vero?".
Se davanti ad un piatto di spaghetti melanzane e pomodorini si sentono fare i complimenti per gli ottimi spaghetti ai peperoni.
Cosa devono pensare quando si sentono dire: "sei bellissima?".
Forse è tutta questione di proporzioni e punti di vista... hi hi hi!

lunedì 18 agosto 2014

Felicità

Si cercano scampoli di felicità  un po' ovunque e si pensa ci siano luoghi, o tempi, o momenti in cui sia più facile trovarla.
Si rincorre sovente l'idea che essa si rintani nel passato, quando "tutto andava meglio".
O nel futuro, quando faremo quel viaggio, arriverà quell'amico, avremo quei soldi.
Si immagina che essa si manifesti in un campo di lavanda odorosa di miele ondeggiante alla brezza d'estate, in una cenetta a lume di candela, in una gita fuori porta con gli amici, nell'immergersi in acque sorprendentemente cristalline, davanti a un camino, al caldo dopo un acquazzone, in una partita a carte dopocena, di fronte alla luna gialla e grande, aspettando anche stelle cadenti, nel rinnovato abbraccio tra chi non si vede da tempo...
Ma le supermamme sanno anche che a volte possono essere sorprese da attimi quasi perfetti di felicità,  che sono tali forse proprio perché non li avevano messi in conto, programmati, immaginati, desiderati, sperati intensamente.
Si possono ritrovare ad esempio a dormire con pargoli e compagni in un sottotetto di montagna, quasi stritolati in poco più di quattro metri quadrati, in una sorta di accampamento familiare. E magari aprire per un attimo la finestra e guardare i cielo freddo e stellato e respirare aria frizzante. E magari non smettere più di ridere per battute stupide. E magari sentirsi dire "mamma chiacchieriamo tanto come ai campi scuola?". E magari avere voglia di farlo davvero. E sentirsi per un istante piene e felici.   

martedì 22 luglio 2014

Costume e costumi

Durante le loro peregrinazioni vacanziere le supermamme si svestono e mostrano le loro bianche fattezze al mondo, coperte da piccoli scampoli di tessuto.
Molte di loro si guardano e riguardano prima dell'esposizione al sole sperando che un po' di colore arrivi presto a migliorare la situazione; altre sono certo più disinvolte e non si pongono più di tanti problemi confortate dal fatto di trovarsi a parecchie miglia da casa.
Fin dalla primavera i post di facebook si affollano di battute, aforismi, vignette dedicate all'evento in questione e sembra sempre che nessuna si piaccia. Eppure.
Eppure sotto i loro ombrelloni, difese da grossi occhiali da sole, le supermamme interessate ad analisi sociologiche osservano le loro simili per genere e ne vedono di tutti i colori.
Letteralmente, perché i colori dei costumi sono i più diversi, da quelli "moda"  fluo a quelli che si presentano in tutte le varietà e sfumature, non sempre la più adatta alla carnagione.
Come anche le fogge. Passata la moda anni cinquanta che forse metteva a posto un po' tutte, con culottes avvolgenti e ben alte o intramontabili interi di classe, a pois blu e bianchi, a quadretti o in tinte da Ester Williams, ora se ne vedono di tutti i tipi, non sempre la più adatta alla corporatura.
Strano a dirsi, ma anche quello sparuto triangolino di stoffa, che combina colore con foggia, dice molto di sé.
Così...
Improbabili brasiliani (quelli con tutta la parte dietro infilata nel didietro) fanno fuoriuscire gelatinose chiappone traballanti lungo il bagnasciuga (alcune invece -pochissime- stanno davvero bene, ma che invidia!).
Striminziti ciclisti a mezza lunghezza, che forse avevano l'intento di coprire cosce non proprio esili, ottengono l'effetto contrario essendo rosa 'peppa' e mostrando ad ogni passo la rotondità accentuata di quel che contengono.
Fantasie pensate da uno squilibrato durante un incubo avvolgono fattezze di tutti i tipi e fanno interrogarsi subito su chi abbia potuto sceglierle per sé: geometrie alla carica dei centouno giallo zucca e nero, ghepardato violanerogialloarancio, floreale gigante con fioroni posizionati in punti strategici, possibilmente due grosse tettone in evidenza sul davanti, righe orizzontali che terminano con quella più piccola e bianca sul pube a mo' di salvaslip in evidenza...
Ognuna sembra mostrare il suo carattere: la triste super pallida con costume di colore o troppo acceso o troppo smunto; la super magra e abbronzata con ghepardato ciuciato, pronta ad aggredire;  la rassicurante abbondante con intero floreale che accoglie in genere sotto il suo ombrellone chiacchiere e risate; la francese glamour che ha curato molto bene la sua disinvolta studiata semplicità; la mamma devota che preferisce la sciattezza per sé, dedita solo a rincorrere o redarguire pargoli; le classiche, le aggressive, le all white, le all black, le chic, le euforiche, le normalissime, le topless forever (a volte, mie care, sarebbe meglio coprire).
Senza volere giudicare più di tanto, si può concludere che al mare c'è assoluta libertà e ognuna in fondo può mostrarsi e mostrare per quello che è o vuole.
E se è forse vero che quei più o meno grandi aggeggi dicono molto di loro,  lasciamo però ad un altro capitolo cosa dicano boxer, costumini striminziti, mutandoni del nonno e immancabili bianchi (ce ne è sempre almeno uno per spiaggia) del carattere e del gusto dei loro compagni!

martedì 20 maggio 2014

Di fotogrammi biglietti e cartoline

Quel giorno con i capelli al vento e al sole di maggio, quando per caso sfiorarono per la prima volta la mano di quel quasi sconosciuto, e poi le labbra, non sapevano altro che di loro stesse. E di quello che sognavano, se sapevano davvero sognare.
Non sapevano, se non forse in fondo al loro cuore, che quello sarebbe stato il loro sposo. Non sapevano che con lui sarebbero passati in un soffio vent’anni. Che ogni giorno avrebbe riservato loro tutta quella gamma dei sentimenti e degli eventi e che assieme sarebbe stato meno duro. Non sapevano però che sarebbe stato anche così duro, ma neppure così denso, e bello e ricco. Non sapevano di come si sarebbero complicate la vita con ragionamenti e piccole scaramucce di egoismo e caparbietà capaci di rovinare le giornate. Non sapevano della generosità e dell’altruismo del loro compagno di strada.
E neppure di tutte quelle cartoline che la vita avrebbe spedito loro: le immaginavano piene di cuoricini e saluti gentili e invece a volte le avrebbero volentieri rispedite al mittente o stracciate e buttate nel fuoco. A volte infatti parlavano di nuvole di autunno o primavera e di passi riconosciuti a distanza nel corridoio del reparto di maternità quando aggrappati alla culla contemplavano il miracolo dell’esistenza, increduli di esserne co-protagonisti. Altre volte invece quelle cartoline parlavano di notizie inattese, di sentenze definitive, di cambio radicale di programmi, e loro non ne erano pronti, si ribellavano alla realtà provando dapprima a disperare e poi a rialzarsi.
In vent’anni hanno raccolto nel loro immaginario portafoglio, le ricevute di quei piccoli e grandi oggetti che riscaldano e riempiono le loro stanze, i fotogrammi scattati per caso che li ritraggono in luoghi diversi della terra e dell’anima, e tanti bigliettini, promemoria di mille cose da fare ricordare comprare leggere vedere, o messaggi veloci appiccicati a un libro, alla testiera del letto, allo specchio in entrata, comunque lì a dire ci sono, ci siamo, ce la faremo, ti voglio bene, tanto.
E ora quando le mani, o le labbra, si sfiorano, è come se il tempo si fosse fermato, si sentono esattamente con il vento e il sole di maggio nei capelli, come vent’anni fa; e capiscono che questo è certamente una parte consistente del sogno che avevano dentro.

 

sabato 10 maggio 2014

Ascoltare

Talvolta le supermamme sono spiazzate.
Dalla primavera che le butta su e giù.
Dalla stanchezza che le butta giù.
Da certe giornate di disarmonia in cui si sentono perse e sole nel mondo della quotidianità o da altre in cui si sentono in armonia con le proprie creature che dicono di sentirsi felici.
Dalla festadellamamma, con tutte quelle catene su whatsapp e quei filmati e quei messaggi che, aldilà di ogni possibile retorica, le riportano alla loro condizione di mamma, ormai talmente insita in loro da non essere più quasi notata, ma portatrice di tutto ciò che di straordinario e unico si possa dire e immaginare. Così, tra una vignetta e una poesia, si ritrovano a pensare a quello che già fanno e a quello che potrebbero fare di diverso, a quello che non riescono ancora a fare e a quello che invece ormai riesce loro benissimo.
E di conseguenza si ritrovano a pensare a come si sentono spiazzate persino da un verbo, apparentemente banale, utilizzato diverse volte come verbo, ma molto meno utilizzato come azione concreta: ascoltare.
Mille domande frullano nelle loro teste.
Sanno ascoltare o preferiscono dare risposte?
Sanno ascoltarle o vogliono mettere a tacere gli animi con rassicurazioni?
Sanno ascoltare o in realtà continuano a seguire i loro pensieri nelle mille cose da fare e da seguire?
Sanno ascoltare i veri bisogni, le vere richieste, le reali situazioni che si celano dietro quelle semplici parole?
Sanno ascoltare o preferiscono farsi ascoltare?
Sanno ascoltare cosa i loro figli stanno dicendo con quelle parole? Con quei gesti? Con quei silenzi? O preferiscono dare la prima interpretazione, quella che era stata data loro un tempo, quella che sembra la strada ovvia, convenzionale, naturale?
Sanno ascoltare se stesse e le loro voci dentro? Le stesse forse di quando erano bambine e che tutti hanno messe a tacere?
Sanno ascoltare come loro stesse vorrebbero essere ascoltate?
Così, se proprio sono costrette a pensare ad un desiderio nel giorno della festa della mamma, è proprio questo che vorrebbero per loro: imparare ad ascoltare davvero.
Ne gioverebbero i loro piccoli o grandi figlioli, ma ne uscirebbero arricchite per prime loro stesse, perché quelle voci inascoltate, sottovalutate o lasciate distrattamente di sottofondo sono probabilmente il più originale e vero e sincero e speciale sguardo sulla vita.

venerdì 28 marzo 2014

Sentirsi stupide

Non si lasci ingannare, il lettore, pensando ai classici casi in cui le supermamme si sentono stupide. Non si tratterà qui infatti né di quando queste sentono di aver sprecato il loro tempo per qualcosa che le ha poi deluse; né di quando organizzano a puntino la giornata e una puzzosetta adolescente rovina tutto con le sue grida, i suoi sberleffi e loro non sanno se reagire e come; né di quando acquistano qualcosa prese dall'euforia della primavera, dall'aria chic del capo, dalle moine insistenti e maliarde della commessa e poi a casa si pentono immediatamente dell'oggetto.
No, non si parlerà di questi casi né dei molteplici altri in cui questo sentimento le pervade.
Ma piuttosto di quando entrano nel negozio di elettronica. Sì, perché è d'obbligo precisare che loro non si sentono affatto digital divided, che la loro conoscenza in materia è di gran lunga superiore alla media delle loro coetanee, che in ogni caso si sentono aperte ad imparare, si lasciano incuriosire da questa o quest'altra diavoleria ritenendosi anche abbastanza rapide nell'apprendere.
Eppure...
Eppure già entrando l'età media dei commessi è una prima cosa su cui evitano di riflettere, e nonostante ciò si rivolgono a loro con quella strana deferenza che immediatamente fa trasudare senso di inferiorità.
Poi quando questi, dall'alto della loro acne non ancora assorbita, si rivolgono distrattamente con un "prego signora" che fa più che intuire il divario generazionale, il sudorino dell'inadeguatezza le pervade e capiscono che non c'è più scampo. Ogni presunta o reale dimestichezza con la tecnologia parrà a questo punto se non altro ridicola.
E quando in aggiunta a ciò devono farsi spiegare le sigle GFR RWC P6WQ snocciolate con rapidissima nonchalance dai ragazzetti, la frittata è fatta e il loro fingere tranquillità, compiacimento o entusiasmo ormai è inutile.
Ma quando infine sentono una voce provenire dal corpo di un bel ragazzone con il cartellino del negozio sul petto che le apostrofa con un "Salve prof, si ricorda di me? Lavoro qui ora...", tutti i loro pensieri si sciolgono, la loro età sembra un ostacolo ormai insormontabile, mostrano tutta la loro contentezza per il lavoro all'ex alunno e si stupiscono interiormente di come abbia fatto uno dei più simpatici, ma meno dotati della classe ad avere forse per primo trovato lavoro.
Ma, soprattutto, non potranno fare a meno di sentirsi stupide.

martedì 18 marzo 2014

Dall'altra parte della strada

Nella vita capita anche così, che una sera siano a ridere e a godersi una serata tra amici da tempo desiderata e rimandata e che pochi giorni dopo si ritrovino sul marciapiede opposto a piangere una loro coetanea strappata alla vita troppo presto, come si è soliti dire.
Due marciapiedi opposti: quello delle ultime chiacchiere dopo la pizza in cerca di spensieratezza, di leggerezza e di amicizia; e l’altro, posto per caso proprio di fronte, in cui piombano nella compassione più densa e profonda per la disperazione di un amico e dei suoi figli; in cui si interrogano sul non-senso e sull’ingiustizia di queste cose; in cui cercano una speranza a cui volgere gli occhi; in cui si ritrovano a chiedere che a loro non capiti mai; in cui si sentono ciniche a non piangere, giustificate a piangere, incredule se riescono a schermarsi davanti a tanto strazio, deboli se la tensione calerà e sentiranno tutto il dolore assorbito, egoiste quando capiscono che quel dolore è anche la loro paura, perché toccare con mano la propria fragilità di uomini fa paura.
In mezzo, quella  strada, che fa intuire loro le cifre misteriose della vita, che si vorrebbe scrutare e percorrere dolcemente e che a volte invece stritola.
Quella vita in cui nulla  è scontato, né semplice, né banale, che ciascuno interpreta a modo suo, ma che andrebbe intensamente e profondamente vissuta spremendone tutte le gocce proprio mentre si è dalla parte del marciapiede in cui è ancora possibile ridere, amarsi, provarci, esserci.

domenica 9 marzo 2014

Tra le nuvole

Le supermamme un po' paranoiche che non si sa perché devono controllare tutto fino all'ultimo, hanno paura di volare. O, meglio, come disse qualcuno, paura di cadere.
Tralasciando tutte le considerazioni legate al fatto che volare è comunque è innaturale, che un'alta percentuale di persone finge sicurezza, ma in realtà teme il volo, che esistono corsi per superare questa paura, che bisognerebbe capire da dove deriva questo timore ecc. ecc. ecc...
E tralasciando pure il fatto che alla minima minima turbolenza (non sia mai poi che dicano di allacciare le cinture per sicurezza a metà percorso!) si avverta un improvviso ancestrale movimento di pancia difficilmente placabile anche dai più razionali e pragmatici ragionamenti (le hostess stanno sorridendo; è normale trovare dell'aria in aria; nessuno è preoccupato; l'aereo è fermo su una massa d'aria che gli fa da strada...).
Tralasciando tutto ciò, capita che le supermamme cambino il loro atteggiamento.
Non si sa perché: forse sarà l'età più matura, il fatto che tutta la famiglia sia con loro (" al massimo cadremo tutti assieme!... e i nonni poverini?") o semplicemente l'aver interiorizzato che l'avere paura non cambia la realtà e quindi tanto vale non averla.
Però una volta tanto possono essere contente: di non aver perso il sonno nei giorni prima, di non essersi godute la vacanza come farebbe un condannato al patibolo nei suoi ultimi giorni, di avere addirittura desiderato salire a bordo per arrivare a destinazione.
E, soprattutto, contente di avere guardato fuori dal finestrino con curiosità e meraviglia, non solamente per controllare lo stato dell'oscillazione delle ali o la rotazione velocissima del motore.
Certo davanti a quei dolci sussulti improvvisi capaci solo di cullare i bambini a bordo, si risvegliava ancora quell'improvvisa voglia di essere con i piedi a terra e non sentire quel ronzio di fondo, quell'aria rarefatta, e non vedere quelle immagini stampate davanti al naso con scivoli improvvisati o mascherine dall'alto per l'ossigeno. Ma solo a brevi tratti.
Per il resto era gratitudine, per essere lassù, grazie ai prodigi della tecnica, con le persone che più amano, con la possibilità di scoprire luoghi nuovi; per osservare, prima le nuvole multiformi con i loro strati e tutte le metafore che potevano suggerire, poi, quel cielo azzurro e quel sole che a volte dalla terra non credono sia davvero sempre lì su loro; e infine, quando a stracci le nuvole si diradavano, quel mondo a poche migliaia di metri lì sotto. Le montagne innevate perfette e sole, le valli e la pianura, il mondo dell'uomo. Quell'uomo che ha sistemato e reso più vivibile il mondo; che a vederlo e a pensarlo da lassù sembra non essere così male. Di cui non vorrebbero vedere l'altra faccia della medaglia, dei veleni, degli inganni, della sopprafazione e della violenza.
Da lassù pensano all'uomo da un altro punto di vista, e non è poi così male.

martedì 4 febbraio 2014

Profezia

Quando da ragazze sentivano che alla Madonna "una spada trafiggerà l'anima" ascoltavano e già ne rimanevano turbate, immaginando quello squarcio nell'intimo profondo, ma non sentendolo dentro.
Da quando sono divenute madri quella profezia se la ritrovano un po' su di sé. E quello squarcio, piccolo o grande che sia, si materializzerà via via nelle diverse circostanze della vita, profondo e celato, mostrato a tratti solo da quella inconfondibile profondità di sguardo che solo le supermamme hanno.
A tratti.
Mentre cullano il piccolino per farlo addormentare, e la sua neonata manina le percorre avanti e indietro sul petto a cercare consolazione e protezione, e in quella indicibile gioia misto anche il desiderio interrogativo di poterla offrire sempre, quella protezione.
Mentre sgridano anche ragionevolmente i propri figli, ma usando le parole o i toni o gli esempi meno adatti: se ne accorgono, non sanno già più come rimediare, e sanno già che quelle parole saranno forse inutili, dette così.
Mentre qualcuno fa loro una diagnosi, esprime un giudizio categorico, sputa sentenze avvelenate sulle proprie creature e loro vorrebbero fare da scudo, ma non è né giusto né possibile.
Mentre vedono le loro figlie crescere come germogli, con il nerbo e la linfa che le percorre, e sentono di volere essere loro discretamente accanto, e concretizzano che pochi saranno i mesi o gli anni prima che spicchino il volo e tutto cambi ancora.
Mentre ricevono sotto la porta del bagno un foglietto con scritto "help me" come richiesta di un aiuto apparentemente banale (un compito non finito, la sensazione di non capire un paragrafo, la paura di non farcela...), ma che nasconde un bisogno di aiuto profondo, un senso di inadeguatezza che vorrebbero colmare, ma che a volte è il loro; un domandarsi "perché" di fronte a molte cose dell'esistenza a cui non sanno dare risposta.
Così, chiuse nel bagno ad asciugarsi, con quel biglietto tra le mani, le supermamme ripensano a quella spada e a quella Donna e si ricordano che custodiva tutto dentro di sé, con forza e abbandono.
E, uscite di là, non fanno altro che abbracciare, e rincuorare, come possono. Essendoci.

martedì 7 gennaio 2014

Disfando l'albero

Sicuramente l'ottodicembre o giù di lì le supermamme hanno messo in piedi l'albero, come da tradizione.
E sicuramente il seigennaio o giù di lì le supermamme lo hanno rimpacchettato.
L'hanno messo su per i propri pargoletti infanti, in versione minimal o sopraelevata per evitare lanci di palline o ingestione di finte pignette; oppure l'hanno costruito assieme ai loro figlioli che hanno puntualmente posizionato palline, stelline, cuoricini e angioletti su un unico ramo che avrà fatto pendere inevitabilmente l'ikeizzato abete da un lato; hanno magari pure litigato per il suddetto posizionamento rovinando l'atmosfera che avrebbero voluto natalizia e pacifica; hanno forse lasciato fare ai ragazzi più grandi fidandosi, o quasi, delle loro ormai raggiunte abilità.
Di certo alcune certezze, ciascuna le sue: necessità di musica natalizia di sottofondo durante l'esecuzione; necessità di passare l'aspirapolvere subito dopo, data l'innumerevole quantità di aghetti sparsi qua e là sul pavimento; necessità di lavare le mani super impolverate dallo spostamento di scatole giacenti da un anno in cantina; necessità di luci nuove e possibilmente funzionanti o di una punta più bella e non cadente; sicurezza che ora per un mese almeno quell'albero resterà piantato lì, a ingombrare e a fare compagnia.
Durante la sua permanenza in salotto, in entrata, sotto la finestra o davanti il camino quell'albero le avrà pure fatte riflettere. Stando spaparanzate sul divano si saranno ritrovate a contemplare quel tradizionale e un po' finto manufatto che, aldilà dell'aspetto estetico più o meno riuscito,  sarà sicuramente un simbolo.
Simbolo degli anni che passano e delle cose che restano:  i figli prima non c'erano e ora sono lì a costruirlo con loro; l'albero è lo stesso comprato appena sposati eppure ogni anno si rinnova.
Simbolo delle esperienze fatte e dei cambiamenti avvenuti: molte palline sono dono di amici ora lontani, di persone che non ci sono più, o un ricordo di viaggi in Cina, in Cile o in Perù o semplicemente a Roma; gli orsetti e gli angioletti si sono accumulati di anno in anno come regalini di parenti e conoscenti e le stelline di legno dorate sono state prese forse in Austria a meno dieci quando ancora i bambini erano in pancia, al caldo.
Simbolo delle cose della vita che travolgono e anche della vita che deve andare avanti: certi anni lo spirito per metterlo in piedi quell'abete un po' storto non c'è proprio eppure si cerca sempre di farlo per chi ne ha più bisogno, e le tradizioni fanno anche bene.
Simbolo di quello che erano: costruendolo ritornano bambine e si ricordano degli aghi pungenti dell'abete vero, e del profumo di resina e delle palline di vetro vero tenute appese con i gancetti arricciati che cedevano e facevano cadere in mille taglientissimi pezzi quelle sfere colorate; e del pigiama color pastello con i bordini bianchi, nelle sere di dicembre aspettando Natale; e degli orribili festoni luccicanti che perdevano tutti i filetti.
Simbolo dell'alternarsi delle stagioni: un mese intero è scandito dall'albero ed ora che il suo posto in salotto è vuoto si aspetta la primavera, o il carnevale almeno.
E quindi è tempo che le supermamme mettano sul davanzale qualche bulbo di giacinto o croco: così è tutto troppo spoglio.